Di come mi sento per molti giorni un supereroe e per tutti gli altri un budino.

Mi sto perdendo. Sento che sto letteralmente fluttuando tra i giorni, le nottate, le sveglie e le voglie. Non mi piace il mio lavoro, o meglio, non riesco più a farmelo piacere, a farmelo andare bene, a  farmelo bastare. Ho sempre pensato che sarei finita a fare un lavoro organizzato: da un’idea, un progetto, uno svolgimento pratico, a mano, qualcosa che comportasse l’uso almeno del 70% della mia immaginazione, del mio lato estroso, artistico, qualcosa che venisse da me, qualcosa che alla fine sarebbe stato un’immagine delle mie viscere, del mio sentire, un figlio mio, qualcosa da coltivare, da sentire sottopelle. Da piccola quando andavo in Spagna a trovare mia nonna, passavo delle ore con lei a guardarla dipingere, a guardarla costruire delle piccole roselline con le dita. La guardavo scegliere personalmente ogni colore, ogni pennello, ogni materiale, ho sempre adorato quando mi veniva detto che ero molto simile a lei, una punta di orgoglio mi faceva guadagnare centimetri di altezza. E da sempre in segreto ho saputo di essere il membro della famiglia che aveva ereditato un po’ di quella voglia inespressa di comunicare agli altri il suo mondo interiore. Dico in segreto perché mi sono sempre nascosta, ogni volta che prendevo una penna per scrivere, o un pastello o un carboncino, quasi mi vergognavo di voler provare, di sentire quel bisogno di portare sulla carta certe cose. Sono sempre stata altalenante in questo, e mi rendo conto ora che, meno coltivo questo mio lato, più sono infelice e mi impigrisco. Scrivere è sempre stata un po’ la mia psicanalisi, ma con il tempo ho iniziato a filtrare anche quello che scrivevo, a non essere sincera nemmeno con me stessa, a nascondermi dietro alle parole, a cancellare l’eccesso e allungare l’inequivocabile. Adesso però mi manca una parte di me e non so come salvarla. Non so nemmeno cosa voglio fare nella vita, sono in profonda crisi. Non riesco più a comprender quali persone mi fanno bene e quali non sono sane, figuriamoci se riesco a capire me stessa. Non sono soddisfatta, né personalmente, né fisicamente, benché meno sentimentalmente. Sono un disastro, una massa intricata di frustrazioni che non trovano sfogo.

Prendiamo il mio corpo in quanto organismo con bisogni e necessità fisiologiche, parliamo del sesso per esempio. Quanto mi manca? Troppo. Mi manca così tanto che delle volte ho degli istinti che devo trattenere con una fatica e con una dedizione che non avete idea. Anche la mia immaginazione mi porta dei pensieri spesso così esposti e avventati da farmi quasi paura. Inizio a sognare e bramare parti del corpo della persona che voglio: le labbra, il collo, gli occhi, i capelli, quasi da fargli fare una vita loro in quanto oggetti del desiderio singoli, come se dovessi dedicare ad ogni centimetro di quel corpo un’attenzione tutta sua, come si fa quando si studia un quadro o un’opera d’arte.

Ed è un attimo che tutto diventa un’ossessione, e non me lo posso permettere.

Non so nemmeno perché sto scrivendo, forse per noia, forse perché non ho niente da dire, so solo che l’altro giorno vedere che gli ultimi articoli sono di mesi fa mi ha fatto venire un groppo in gola che ancora non si è sciolto. Giorni, risvegli, notti passate e cosa è cambiato? Sono passate svariate tinte ai capelli, ore di privazione di sonno, una bella estate, non ancora abbastanza tatuaggi, una frangia pentita, un sacco di cose non dette e un sacco di cose da dire.

E oggi vi vorrei parlare anche di come l’instabilità mi dilania. Di come il mio corpo, nonostante negli ultimi 12 mesi abbia conosciuto la serenità apparente, adesso non riesca a percepire all’orizzonte una stabilità spirituale, lavorativa e sentimentale. Di come più lotto per affrontare certe domande che mi sembrano impossibili, e più mi ritrovo ad inciampare negli stessi errori e nelle stesse paure. Di come mi sento per molti giorni un supereroe e per tutti gli altri un budino. Di come mi manchi così tanto qualcuno in certi momenti, da ritrovarmi a voler condividere qualcosa e non rendermi conto di poterlo fare, di come cerco di soffocare questo istinto ma irrimediabilmente risale in compagnia di rimpianti e rimorsi. Vorrei anche parlarvi di come mi sento viva in varie occasioni, e di quanto invece mi sento schiacciata e imprigionata dall’abitudine altre. Vorrei anche farvi capire come molte persone iniziano a starmi strette, e di come altre invece non potrebbero non far parte della persona che sono. Vi parlerei anche volentieri della lotta continua con il mio spirito. Potrei anche tediarvi descrivendovi la continua sensazione di essere la persona sbagliata nel posto sbagliato e nel contempo della voglia di essere determinate persone. Ah quanto a volte vorrei essere qualcun altro, ma in realtà non qualcun altro in quanto persona fisica, ma in quanto persona che ha un ruolo, diciamo palesemente soprattutto la “fidanzata di…”. Inutile che ci giriamo intorno, alla fine gira e rigira desidero sempre persone che hanno già una stabilità e emotiva e sentimentale, con lei quali vorrei avercela io.

Insomma, la stabilità non è di casa nemmeno nel mio cuore, solo drammi. E non ne posso più delle tragedie, di me che mi rotolo per terra dalla disperazione, dei pianti, del rosicare, del fegato enorme, dei desideri soffocati, del rancore e della rivalità.

E pensare che quando ero bambina volevo tutto fuorché la normalità e la tranquillità, ovviamente nel limite della mia età “oh cosa darei per poter star fuori a giocare, correre fino a tarda sera, per poter guardare quel film horror che solo i più grandi possono vedere, o fare tutte quelle cose che i grandi ti dicono che non puoi fare”. Mi ritrovo invece ora, per nulla trasgressiva, a volere solo po’ ti tregua, di stabilità emotiva, lavorativa e personale.

Forse chiedo troppo.